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Il linguaggio storico

 

Linguaggio e pensiero totalitario

 

 

"Tutti i grandi movimenti devono la loro origine a grandi oratori, non a grandi scrittori." (Hitler)

"Il Fascismo è un fenomeno religioso, il prodotto di una razza. Il Fascismo è forza spirituale e religione." (Mussolini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                           

                                                                                                              Adolfe Hitler, Cancelliere del Reich dal 1933 e dittatore, col titolo di Führer, dellaGermania dal 1934 al 1945                                                                                                                                                 

 

Benito Mussolini, duce del fascismo

 

Hitler come Mussolini si rifacevano al noto testo di Gustav Le Bon (Psicologia delle folle - 1895) nel quale venivano descritte le strategie e gli artifici retorici per il perfetto capopopolo, tra cui ricordo: semplicità del lessico e della sintassi; l’affermazione concisa, categorica e autorevole; la ripetizione; le vivide immagini suscitate dal discorso.

E, in effetti, ciò si riscontra nelle sette che sviluppano un gergo dove l'infinita varietà del mondo viene compressa in frasi brevi, fortemente riduttive e dal suono definitivo, facilmente memorizzabili e facilmente esprimibili. Ci sono termini "buoni", che rappresentano l'ideologia del gruppo, e termini "cattivi", per rappresentare qualsiasi cosa esterna che deve essere rifiutata. Il linguaggio totalitario è un gergo di forte divisione, molto chiuso, spietatamente valutativo nei confronti dei diversi.

Il linguaggio perciò come costitutivo del sociale. Una comunità si sviluppa e si delimita anche tramite la creazione di un gergo a essa peculiare: "La socialità si sviluppa nella dimensione linguistica, ogni pratica sociale acquista senso nel "linguaggio" che accomuna e caratterizza l'aggregato sociale in cui essa accade" (Giorgio De Michelis, "Osservazione del sociale e autoreferenza", in Attraverso Bateson,  Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p.)

 

Lo stesso Freud anticipa questo concetto in Psicologia delle masse e analisi dell'Io: "Nella vita psichica del singolo l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al contempo stesso fin dall'inizio psicologia sociale." (Giorgio De Michelis, "Osservazione del sociale e autoreferenza", in Attraverso Bateson,  Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p. 261)

 

Questa manipolazione del linguaggio si realizza in ogni dittatura che si rispetti, prendiamo per esempio ciò che scrive un dissidente russo come Valdimir Bukovskij: "A correzione della propria svista, le autorità con decreto speciale del Presidium del Soviet Supremo dell'URSS del 16 settembre 1966 introdussero l'articolo 190-3.
Nel pieno spirito dell'ipocrisia sovietica l'articolo non menzionava neppure la parola "manifestazione", ma in esso si parlava dell'organizzazione (o partecipazione attiva) di azioni di gruppo tali da turbare l'ordine pubblico, o accompagnate da una palese disubbidienza alle legittime richieste dei rappresentanti del potere, o tali da sconvolgere il funzionamento dei trasporti pubblici, delle istituzioni e imprese statali". Vallo a dimostrare che in URSS le libere manifestazioni sono vietate! Menzogna, calunnia! È vietato soltanto turbare l'ordine pubblico. [...] In base ad esso non solo le manifestazioni diventavano un reato, ma anche gli scioperi ("o tali da sconvolgere il funzionamento dei trasporti pubblici, delle istituzioni e imprese statali"). Per tutto questo spettavano tre anni di reclusione.
" (Vladimir Bukovskij, Il vento va, e poi ritorna, Feltrinelli, 1978 Milano, p. 261)

 

La teoria della relatività linguistica considera il linguaggio non come un mero strumento ma come una struttura capace di forgiare la nostra visione del mondo. Il significato di una cosa non le è intrinseco come spesso riteniamo, ma le è conferito a partire da un atto arbitrario dell'uomo che associa un significante a un significato, in tal senso il significato e quindi la cornice entro la quale vengono percepiti gli eventi è creazione dell'attività simbolica umana.

 

 

 

 

Linguaggio e pensiero terroristi
 

 

Si definisce Terrorismo  tutte le azioni compiute nell'ambito di lotte armate che non siano intese semplicemente a colpire le forze armate avversarie ma a spargere il terrore fra le popolazioni civili. Oppure Azioni di gruppi irregolari (cioè che non hanno divise, insegne che li rendono irriconoscbili) che uccidano prevalentemente civili allo scopo di terrorizzare la parte avversaia.

 

Terrorismo islamico

 

SHAID

 

Si definisce il suicidio religioso quando il combattente islamico porta la strage nell'ambito dei "nemici" facendosi saltare con l'esplosivo secondo un rituale abbastanza preciso nella prospettiva di raggiungere immediatamente il paradiso. Questo viene denominato "SHAID", termine coranico che significa morire combattendo contro gli infedili. Per i terroristi islamici lo "SHAID" è una persona che si lascia esplodere uccidendo indiscriminatamente tutti quelli che sono intorno a lui, considerati comunque nemici. I fondamentalisti islamici: intendono la loro lotta come lotta dell'Islam.

 

JIHAD

 

Nel corano il termine ha significato di «sforzo». Ovvero impegno, coinvolgimento personale e comunitario sulla via di Dio. Può essere interpretato in senso spirituale (come ad esempio dai sufi), trasformazione del sé, raggiungimento della perfezione spirituale che consente di avvicinarsi a dio. Ha avuto caratterizzazione bellica, che può essere offensiva o difensiva. Offensiva nel senso di estensione della comunità islamica, ma mai come strumento di forzata conversione degli infedeli. Perché usano il terrorismo? Il terrorismo è spesso l’arma di coloro che non hanno la possibilità di mettere in campo eserciti organizzati. Non riduciamo il terrorismo al jihad. Ma è il jihad che usa il terrorismo, è una questione tattica. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SHARIA

 

Sharia vuol dire "direzione": ha valore più etico, ideologico che normativo.Nel Corano e nella Sunna (testi fondamentali dell’islam) sono contenute norme civili e penali. Un conto è la rivelazione, altro è l’interpretazione fatta sulla rivelazione, umana e contestualizzata, a cui è data autorevolezza della sharia fraintendendo e tradendo le aspirazioni originarie. Quando i gruppi fondamentalisti vogliono applicare la sharia, intendono alcune regole di comportamento, velo, applicazione delle pene corporali. Agitare lo spauracchio della sharia è un problema più formale che sostanziale. Operano una semplificazione, radicalizzando alcune norme che fanno scalpore e sono anche utilizzate a livello mediatico.

 

 

 

 

 

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